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Manifesto politico del movimento.
Pro s' Indipendèntzia e sa Repùbrica de Sardigna.
Il
tradimento di Lussu L’emblema
di questo processo fu Emilio Lussu: padre del “sardismo” e
contemporaneamente eroe della patria italiana. Non a caso davanti alle
vampate indipendentiste del primo e del secondo dopoguerra fu lui a
parlare della nazione sarda come “fallita” e del “nazionalismo
sardo” come perversione irrazionale e reazionaria: « Io, infatti,
considero il separatismo una forma di corruzione e decadenza politica,
alla stessa stregua del fascismo. Il separatismo è una malattia
politica, che si ha certamente il dovere di spiegare, ma anche di combattere.
Se è una malattia, bisogna pure guarirla», scriveva nel maggio del
1945. Quando
nel secondo dopoguerra, come racconta Michelangelo Pira, la Sardegna si
infiammava di indipendentismo ed aspettava il ritorno di Lussu convinta
che sarebbe stato lui a guidarla verso quel traguardo, la classe
dirigente sarda sapeva già che sarebbe stato lo stesso Lussu a
distruggere tutto. Come disse il comunista italiano Velio Spano:
“Lasciate che torni Lussu e vedrete…”. Ed infatti l’italiano
Lussu venne e, come racconta ancora Pira (in una sua lettera a Titino
Melis), gettò “secchiate di acqua fredda” sui Sardi che erano
accorsi in Piazza Italia (ironia dei nomi e del dominio) aspettando di
sentire le parole magiche: Repubblica Sarda Indipendente. Ma
forse non c’era da stupirsene o da aspettarsi qualcosa di diverso da
uno che in una seduta del parlamento italiano del dicembre del 1921,
davanti alle ipotesi di alcuni parlamentari italiani, secondo i quali vi
erano delle affinità fra la situazione irlandese (che di lì a poco
sarebbe sfociata nell’indipendenza) e quella sarda, rispose
prontamente: «[…]
io non ho mai affermato che vi potesse essere qualche affinità fra
l’Irlanda e la Sardegna (Bravo! Bene!) [la trascrizione riporta
ovviamente anche i commenti del parlamento italiano]. O meglio, perché
intendo essere preciso, vi possono essere ipotetiche affinità storiche,
etnografiche, geografiche, ma non vi sono assolutamente affinità di
aspirazioni […]. I sardi non intendono rinunziare alla loro italianità
spirituale; dico spirituale perché ci sentiamo italiani solo per il
pensiero italiano di cui è fatta la nostra cultura; ci sentiamo
italiani più per l’immenso contributo di sangue che abbiamo offerto,
in ogni appello, alla pericolante patria, che per la comunanza di vita,
di interessi di costumi e di storia. Non dimenticate che nell’800 in
Sardegna si parlava ancora spagnuolo». Notiamo bene diverse cose molto importanti: 1)
che in Sardegna si è
sempre parlato sardo a Lussu non interessa affatto; 2) alla fine si ammette che “oggettivamente” la Sardegna è diversa dall’Italia; 3) l’italianità è spirituale: il “pensiero italiano di cui è fatta la nostra cultura [sarda]”; 4) ma soprattutto sentimentale; il legame instaurato con il sacrificio. L’aver sofferto come gli altri per la “patria”. 5)
La Sardegna è quasi come l’Irlanda solo che i Sardi, secondo Lussu
ovviamente, non vogliono essere indipendenti. Ora che il punto 5 fosse falso lo dimostra sia il fatto che alla fine della seconda guerra mondiale i sardi si aspettavano l’indipendenza, sia che pochi anni prima dello stesso discorso di Lussu, vi era chi, come “Montanaru” (Antiocu Casula), parlava della Sardegna in tono decisamente e spiritualmente sardo. Anche per smentire il terzo punto delle argomentazioni di Lussu, sia per ricordargli che in Sardegna si parla anche il sardo, ma soprattutto per ricordare da dove veniamo, leggiamoci la commovente “A tie, Sardigna!”: Sallude Sardigna cara! O terra mia, Mamma d’òmines fortes,
berrittados, De pianos e montes
desolados, De bellas fèmminas e de
poesia. Una die che perla ses cumparta Subra sos mares ricca d’onzi incantu E curreit de te su dulche
vantu De sa fama, che vela in mar’isparta. Fin gigantes sos òmines
e sas terras Fruttos daian caros che i s’oro, E in su mundu non b’aiat coro Chi no esset branadu cuddas serras De Gennargentu mannu e de
Limbara O sas baddes de su Tirsu
e Flumendosa. E tue che una dea gloriosa Subras sas abas
risplendias giara. Dae tando passein longos annos E tue rutta in bassu tantu sese Tue lizu de prìncipes e
rese, Rutta che Cristos sutta sos affannos. Ma non t’avviles! Pes’alta sa testa Sardigna mia! E mira in altu mira Pustis de tantu dolu e de
tant’ira Est tempus chi pro te puru siet festa. Sos buscos tuos ti lo s’han distruttos Cun piccones cun serras e istrales, Han’ingrassadu sos continentales E tue ses restada senza fruttos. A tie sempre sos
impiegados Chi tentu han fama ‘e
falsos e ladrones Ca sempre han giutu
custos berrittones Che unu tazzu de boes
domados. E has pagadu a sa muda donzi tassa Pòpulu sardu avvessu a obbedire Cun su coro siccadu in su patire, Cun su coro siccadu che pabassa! Ma coraggiu, coraggiu! Àtteros coros Oe Sardigna t’àniman sas biddas Commo su mortu fogu ettet chinchiddas Chi altas lughen’in
tottu sos oros De custu mare ch’ispettat serenu Sa tua fortuna; e sied’issa accanta Pro te patria mia o terra santa Tenta sempre in penuria e in frenu. Sos fizzos tuos giòvanos
e bellos Ardimentosos, giaman libertade E giustizia e donzi bontade Subra d’antigos òdios
rebellos. E issos Patria a tie ti den dare Donz’umana potenzia e fortuna Gloriosa, comente dat sa luna Sa lughe a su serenu tuo mare. Inizia
a venirci il sospetto che a pensare in italiano e a non sentirsi sardo
fosse proprio Lussu e non i Sardi, visto che alla loro cultura e al loro
sentimento erano certamente più vicini i poeti (che peraltro parlavano
la loro lingua) che i politici (che andavano a cercare gloria dagli
italiani in Parlamento)… Ma
non basta. E’ evidente che c’è un fatto concreto, storicamente
situato, che agisce in profondità su Lussu e di cui si pagano le
conseguenze ancor oggi: è l’esperienza della “Grande Guerra”.
E’ a partire da essa che il circolo vizioso fra Sardegna e Italia si
stringe ancora di più, fino a divenire una sorta di cappio stretto
intorno al collo della Natzione Sarda. Ci
sono da fare alcune considerazioni: per Lussu quella guerra fu la
scoperta dell’essere i sardi “politicamente arretrati”, cosa che
egli ribadirà in un suo importante articolo del 1951 apparso sulla
rivista “Il Ponte”. Ora, che Lussu non avesse molta stima dei sardi
non vi è dubbio: non riporteremo il passo di una lettera mandata ad uno
dei dirigenti PSd’Az (riportata nel libro Sardisti, di Cubeddu)
in cui li definisce con un termine che qui tradurremo con
“prostitute”. E’ facile spiegarsi a questo punto perché l’unica
cosa buona che i sardi avessero fatto secondo Lussu fosse stato
sacrificarsi per l’Italia: un popolo così “arretrato” non poteva
certo produrre qualcosa di buono da sé e per sé. Immaginatevi poi che
vergogna appartenere, o peggio, essere il capo, di una massa di
prostitute. Ed
infatti Lussu non ci pensò due volte: i sardi gli servivano per
divenire un grande capo italiano (quanti ne abbiamo visto e ne vediamo
di questi personaggi…). Siccome i sardi rimanevano brutti, cattivi e
potenzialmente traditori (in quanto ostinatamente diversi), ed essendo
comunque pochi, Lussu aspettò una seconda guerra per divenire un vero
eroe patrio[1]:
dalla Francia scrisse dunque “Per l’Italia dall’esilio”. [1] NB: diffidiamo dei sardi che ci vengono a dire “beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”, perché molte volte sono proprio gli esaltatori di Lussu e quindi vogliono semplicemente dire “speriamo che non nasca in Sardegna qualcuno che voglia fare l’eroe per i sardi”; ovviamente a loro sta bene che gli eroi nascano per l’Italia… |
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