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Manifesto politico del movimento.
Pro s' Indipendèntzia e sa Repùbrica de Sardigna.
Le contraddizioni di chi non ha coraggio. Del
resto oggigiorno si pongono davanti a noi, sebbene in maniera diversa,
altri due problemi evidenziati da Bellieni, due problemi che sono
inscindibilmente legati, presi in un circolo in cui uno richiama
l’altro ed è inutile cercare quello che viene prima dato che i due si
danno insieme. Uno
è appunto il problema del sentimento d’appartenenza e
l’altro è quello della “forza morale” necessaria per
divenire Natzione. Và detto subito che ai tempi di Bellieni, e per
Bellieni stesso, il paradosso è più chiaro e forse sarebbe stato anche
più semplicemente risolvibile. Ponimus
s’istèrrida. Il
primo punto da considerare è che, secondo Bellieni i sardi non
avrebbero resistito al trauma causato dall’ammainare la bandiera
italiana. Il
secondo è che: «[…] esiste la materia nel nostro paese [sa Sardigna]
per costruire una nazione, ma questa materia per il passato non divenne
mai coscienza, ed ora che lo è, è pensata da noi con intelletto di
italiani […]». Como
sa torrada. Che
le due cose vadano insieme è chiaro: tanto che la prima sembra più che
altro un riflesso delle convinzioni personali e delle conclusioni a cui
Bellieni arriva nel secondo punto. Detto in parole povere: “io,
Camillo Bellieni fondatore del Partito Sardo d’Azione,
mi sento italiano (anche se so che non sarebbe sbagliato
costruirmi un futuro da sardo) quindi, per teorizzare e dar peso
all’idea che siamo una “nazione abortiva” [questo è il termine
che lo stesso Bellieni utilizzerà] mi conviene e mi è necessario
convincermi – e soprattutto convincere i sardi stessi – che il
nostro sentimento di appartenenza è così pervicacemente e fortemente
italiano che non ce ne possiamo sbarazzare”. Qualcuno
dirà che al punto due Bellieni non parla di sentimento
d’appartenenza. Se lo leggiamo letteralmente è vero, ma se lo
leggiamo letteralmente dobbiamo anche ammettere che la frase è
semplicemente contraddittoria. Può bastare infatti una affermazione
apparentemente razionale come “è pensata da noi [la coscienza
nazionale] con intelletto da italiani”, a negare la forza
dell’affermazione secondo cui la materia che in passato non era
divenuta coscienza – leggi, “non era stata elaborata” – “ora
[…] lo è”? Ma
se è coscienza nazionale non c’è altro che tenga: se lo è lo
è e basta. Vuol forse dire che la si pensava in lingua italiana? Ma a
parte il fatto che a pensare in italiano allora come sino ancora a pochi
anni fa era solo la classe dirigente, c’è da considerare
poi, ad esempio, che la classe dirigente irlandese e gli
irlandesi tutti – con i quali ai tempi ci si confrontava – stavano
facendo un’indipendenza parlandola in inglese, a dimostrazione che non
era vincolante il rapporto fra coscienza nazionale e lingua parlata,
utilizzata. A
questo livello del discorso ciò che contava era riconoscersi nel dire
“io sono sardo (faccio parte – ora – della nazione sarda,
ho una mia storia da raccontare e un futuro da costruire, sono
indipendentista)” lo si dicesse in sardo, in italiano, in inglese o in
qualunque altra lingua del mondo. Accorgersi di dirlo in italiano,
tutt’al più, poteva essere un altro motivo per cui la propria
appartenenza nazionale sarda andava detta e fatta: era infatti
un’ulteriore prova, un modo per ricordarsi e capire, che la cultura di
un intero popolo – con la sua lingua in testa – era stata portata,
dallo stato di sudditanza, a cancellarsi e a divenire qualcosa di
estraneo ai sardi stessi. A
questo punto è molto più plausibile pensare che quel “è pensata da
noi con intelletto da italiani”, sia una bellissima quanto perversa
formula che il politico-intellettuale Bellieni – che deve giustificare
ogni sua azione “razionalmente” – usa per non dire (non vuole, non
può dirlo) che sta parlando del suo sentimento di appartenenza.
Non a caso questa verità viene addossata ai sardi come totalità, a
quella massa di cui Bellieni fa parte ma in cui si può perdere e
confondere: parlando di loro si può dire che il problema sta nel
sentimento di appartenenza. La cosa triste è che Bellieni lo dice ben
sapendo che probabilmente quell’affermazione per i sardi non vale, o
che comunque in buona parte dipende dalla stessa capacità sua e di
tutta la classe dirigente sardista di tirar fuori questa benedetta
“forza morale”, di canalizzare e dare forma alla spinta
indipendentista della base. Il
maggior storico del sardismo, Cubeddu, commentando il passo visto in
precedenza scrive: «Forza morale sta per azione coraggiosa, ànimu
in sardo. Indica, cioè, quella soggettività capace di fare, di un
popolo sconfitto, una nazione consapevole». Siamo
nel pieno del paradosso. Per diventare natzione serve s’ànimu,
ma s’ànimu nasce se si crede in quello che si vuole
realizzare, se lo si vuole: in definitiva, se lo si sente.
Ma come aspettarsi il coraggio di costruire la nazione sarda da parte di
chi si sentiva ormai italiano? E la questione è proprio qui perché se
qualcuno replicasse che il problema è che quelle persone “valevano
poco” nel complesso, gli si potrebbe facilmente dimostrare che la loro
vita fu segnata interamente da grandi gesti di coraggio: ma per
l’Italia. Si
tratta di renderci conto che ieri come oggi il problema non è: «b’hat
o no b’hat “hòmine” (hòmine o fèmina chi siat)» bensì: «Cust’“hòmine”
s’ànimu pro cale pòpulu e pro cale natzione du tènede?». In cosa
crede? cosa vuole? La storia della Sardegna e dei sardi ha dimostrato che le cose si escludono: se ci si sente sardi realmente si elabora la propria cultura, la propria storia e il proprio sentimento di appartenenza per arrivare a costruire una Repubblica Sarda Indipendente, altrimenti si passa la vita, da un lato a giustificare il fallimento e l’abortività della nazione sarda – così come la bruttezza, l’arcaicità e la “chiusura” della cultura sarda –, e contemporaneamente dall’altra a sentirsi e vivere da italiani e per l’Italia[1]: in pratica si giustifica il proprio sentimento di appartenenza italiana cercando di convincere i sardi che non potranno mai essere una nazione a tutti gli effetti. |
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