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Manifesto politico del movimento.
Pro s' Indipendèntzia e sa Repùbrica de Sardigna.
Anni '80: il sardismo infligge un'altra umiliazione all'indipendentismo. La
ripresa dell’indipendentismo negli anni ’80 si trovò ancora una
volta ad essere guidata da una classe dirigente anti-indipendentista e
si scontrò con la mancata elaborazione e presa in carico della propria
diversità culturale. Dopo
anni di dibattiti e proclami “l’indipendentista” Mario Melis si
trovò durante
un congresso importantissimo a proclamare il suo essere
indipendentista giurando fedeltà alla patria italiana: incredibile
paradosso di chi in realtà non aveva maturato un senso di appartenenza
differente. E non a caso l’indipendentismo di Mario Melis era un modo
per annacquare tutto, era un ottenere l’indipendenza per potersi
federare “da pari” con l’Italia: ottenere la libertà per poterla
dare subito via! Assurdo, come le parole di Melis: «Il
nostro indipendentismo è funzionale, costituendone base essenziale ed
irrinunziabile, al federalismo: come possono [i nostri avversari]
mistificarlo con una forma larvata di separatismo che nel Partito Sardo
non ha mai avuto patria,[…] né mai si è riproposto [il separatismo]
negli anni avvelenati del fascismo, dominati dalle persecuzioni
collettive e individuali. […] Debbo ricordare che durante il fascismo,
i sardisti hanno difeso e concorso a salvaguardare i valori della civiltà
democratica italiana? Debbo ricordare la partecipazione sardista alla
resistenza? I suoi martiri![…] Siamo noi gli anti-italiani? Non hanno
lezioni da darci! Nessuna. Perché con dignità e forza, noi ricordiamo
che gli uomini nostri hanno fatto la resistenza e ne hanno esaltato i
valori. Non si chiamavano solo Emilio Lussu i resistenti sardisti. Sono
una moltitudine: figure note ed oscure, personaggi che sono andati con
il cuore gonfio di Sardegna a testimoniare una vocazione di libertà, di
civiltà, che ci onora tutti e che ha onorato la Sardegna ed anche
quanti oggi ci rimproverano di scarso patriottismo. Del loro
patriottismo di maniera!». Si
noti en passant che dietro le varie vocazioni e i vari cuori
gonfi di Sardegna rimane comunque l’idea di essere morti per
l’Italia (qualcuno nella storia è morto anche per la Sardegna? Era un
bieco e cattivo “separatista”) e del resto l’onore i sardi se lo
possono guadagnare solo quando fanno qualcosa per gli altri e devono
sempre essere questi altri a riconoscerglielo (cosa che dimostra dunque,
implicitamente, che solo questi ultimi hanno il potere). A tale
proposito si legga la struggente (o farsesca, a seconda dei punti di
vista) conclusione: «Stamani,
in apertura dei lavori, vi ho rivolto il mio primo saluto attraverso le
parole affettuose e vibranti del Presidente della Repubblica [Cossiga];
un sardo che ci conosce, Lui, che salutiamo ed onoriamo, ci saluta e ci
rende onore. E con questo onore, consapevoli del nostro ruolo, andiamo a
contrastare quelle subalternità che il Paese [l’Italia], al di là
della volontà dei singoli, ci ha imposto e continua a imporci. Il
Presidente della Repubblica sarà il primo garante della legittimità
della nostra lotta, volta a realizzare uno Stato più civile e più
giusto[…]». Ci
sarebbe da scrivere un trattato, ma la cosa importante è cogliere e
leggere queste affermazioni del 1986 nello stridere, comprimere,
distruggere, mortificare chi era andato lì per sentire parlare di
Natzione Sarda, di Indipendenza, chi era arrivato con una energia
produttiva da usare per il proprio popolo e l’aveva dovuta ricacciare
dentro o trasformare in rassegnazione, fino al punto probabilmente di
vergognarsene, davanti a prosopopee sul patriottismo italiano degli
indipendentisti sardi. Tagliamo
corto e mettiamola ora sul pragmatico. Se
uno non trova s’ànimu quando parlando di Indipendenza e
Repubblica Sarda passa nel giro di cinque anni da 17.000 voti a 160.000
allora o è scemo oppure è semplicemente (ancora) italiano… La
risposta è semplice e quel discorso, in quel contesto, è pazzesco:
soltanto chi si sente e crede ancora italiano può riuscire a concepirlo
senza vergognarsene. E
del resto in cosa concretamente tutto ciò sfoci per il popolo sardo e
la cultura sarda è scritto nella storia: la giunta Melis passerà alla
storia
per essere arrivata a combinare uno dei più vergognosi obbrobri
politici, presentando la legge sulla lingua sarda – quello che doveva
essere un pilastro del sardismo – solo l’ultimo giorno di
legislatura (dopo 5 anni!) per farla fallire ad arte. E’ inutile: non c’è amore e rispetto reale per i sardi e la loro cultura dove c’è autonomismo-federalismo-unionismo. |
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