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Manifesto politico del movimento.
Pro s' Indipendèntzia e sa Repùbrica de Sardigna.
Note provocatorie sull'esperienza culturale quotidiana. Del
resto tutta l’esperienza della maggior parte dei sardi è letta e
situata dentro un contesto culturale che è italiano: se escono a vedere
un film americano lo fanno già da italiani, vale a dire da persone che
quotidianamente vivono in un ambiente – per la maggior parte creato
dai mass-media – che li fa partecipare alle vicende della
nazione-stato Italia. L’appartenenza a questo contesto di vita per
molti nostri connazionali (che ovviamente nel termine
“connazionali”, in quanto sardi, non si riconoscono) è scontato:
come un francese passa le sue giornate commentando le partite di calcio
del campionato francese, parlando del disastro che è avvenuto in tale
paesino della provincia (francese), degli ultimi sviluppi politici
(principalmente francesi o comunque in ottica francese), del gruppo
musicale del momento (probabilmente straniero, ma probabilmente perché
sta avendo successo anche in Francia, oppure notando che ha successo in
tutto il mondo tranne che lì), dell’ultimo film americano (ma
ricollegandolo al dibattito e alle opinioni datene nel contesto
francese) così fa un sardo che si crede e si sente italiano. Tutto ciò
che gli capita, sia esso di matrice culturale sarda, americana o
quant’altro si inserisce in quel contesto e in quei ritmi che sono
scanditi dalla comunità (Stato) italiana. In Italia si mangia a una
certa ora, il TG è a una certa ora, la colazione si fa in un certo
modo, si esce a certi orari, si rientra ad altri, le tariffe dei
telefoni sono quelle per tutti gli “italiani”, le poste sono dei
casermoni uguali per tutti, gli incroci sono a “x” (in Francia sono
tutti delle “rotatorie”), i maschi italiani lo fanno meglio, ogni
“star” che passa in Italia deve dire cosa ne pensa delle
donne/uomini italiani (possibilmente dicendo che sono i più simpatici e
dei grandi amatori, nonché bellissimi: figuratevi quali perversi
meccanismi di consolazione esaltazione frustrazione scattino nei
bassi&grezzi-ma(forse)prestanti sardi), in tutta Italia in un dato
momento vanno determinate canzoni, a certe ore ci sono determinate
trasmissioni radio (di culto o di nicchia che siano), in certi periodi
scoppia una determinata mania (che forse è giapponese o americana, ma
scoppia e si sviluppa in Italia in un tempo e in un modo che è diverso
– o interpretato diversamente – da tutti gli altri), in Italia si va
a scuola fino ad una certa età (e non si studia certo la cultura
sarda), l’istruzione è organizzata in un certo modo, i dibattiti
girano e rigirano (vanno e ritornano) su certi temi e certi personaggi,
ci sono dei miti nazionali (che siano del mondo dello spettacolo, della
cultura, dello sport, della politica, personaggi storici o quant’altro
non importa), le elezioni in Italia hanno una certa cadenza e non
combaciano con quelle degli altri se non per caso, le crisi di governo
che diventano dei drammi dentro lo Stato italiano sono totalmente
indifferenti a chi ne sta fuori, quello che succede fuori dall’Italia
è interpretato partendo dalla situazione italiana, il prodotto tipico
degli italiani (dunque anche dei sardi?) è la pizza, l’Italia si
caratterizza inoltre per la poca serietà delle sue classi dirigenti (e
qui quella sarda è proprio assimilata), per il fatto che tutti i
servizi funzionano male (e dunque, se siamo italiani, devono funzionare
male anche in Sardegna e dunque faremo meglio a non lamentarci), per il
fatto che ci si sente italiani solo davanti alla nazionale di calcio (e
non si capisce perché gli intellettuali si scandalizzino: umanamente
parlando sempre meglio un’identificazione nazionale basata sulle banali
nazionali di calcio che su qualche orgoglio guerresco), e – magnifico
paradosso – per il fatto che “noi italiani ci sentiamo poco
italiani”: dal che se ne deduce che gli italiani esistono, sono
italiani, proprio perché si “sentono (tutti e ugualmente) poco
italiani”, il che comunque è già abbastanza per dire “Noi
italiani” (che poi questo sentimento sia davvero basso è cosa tutta
da dimostrare, visto che se gli parlate di indipendenza della Sardegna
non è che vi dicono che fate bene, ma che volete “spaccare il
Paese”, anche se vi è da dire che molti italiani hanno una maggiore
sensibilità per la questione indipendentista sarda di quanto non ne
abbiano molti sardi). Detto
questo: non si può sperare che i sardi, che dentro a queste maglie di
riti quotidiani, pratiche di vita, stereotipi assodati, interpretazioni
della storia e del presente in cui loro non esistono o sono dei falliti,
ci vivono quotidianamente siano già pronti a ricevere
il nostro messaggio, che siano “consci della loro diversità”. Certo
che si sentono “differenti”, ma non dagli italiani, bensì dai
lombardi, dai campani, dai toscani e da tutti gli altri. Tutti insieme
però, quando mettono da parte le loro “chiusure localistiche” sono
italiani che si differenziano dai “cugini francesi”, dai
“flemmatici inglesi” ecc. Non
a caso molti sardi che hanno evitato di “chiudersi” nell’essere
sardi, sono diventati degli “aperti” italiani che odiano francesi,
tedeschi ecc, rimanderebbero a casa gli immigrati, pensano che loro sono
degli italiani migliori degli italiani “terroni”, si divertono a
dare dell’“albanese” a tutti coloro che non hanno uno status
sociale pari al loro, non gliene importa nulla di quello che succede
fuori dall’Italia (sempre che non si apprestino a fare un viaggio),
così come gliene frega molto poco di quello che succede in Sardegna
(visto che la Sardegna non esprime eventi “nazionali” ma solo
“regionali”), quando si imbattono in qualcosa successo non in Italia
(dunque anche qualcosa di realmente sardo) stentano a capirlo e comunque
difficilmente provano a sforzarsi (tanto loro vivono in Italia). Se
gli parlate dell’essere sardi ovviamente vi dicono che loro hanno
scelto di “aprirsi”, di essere “cittadini del mondo”, come se in
Sardegna e per i sardi, finché si dicono e vivono come sardi,
l’umanità non ci sia e non ci possa essere: la verità è che ai
vincitori è concesso tutto, anzi, i vincitori si concedono tutto
(e forse anche qualcosa in più). Figuratevi
poi quanto peggio riescano a fare i vinti che passano dall’altra e si
convincono di aver sempre fatto parte dei vincitori: la loro boria
diventa davvero inenarrabile. Loro possono dirsi aperti e cittadini del
mondo quand’anche avessero un orizzonte che dire “italiano” è già
troppo, anche se non gliene frega nulla dei problemi del mondo, anche se
alla parola “diverso” abbinano “sbagliato” o “inferiore”.
Loro possono dirsi aperti e cittadini del mondo sempre e comunque: anche
quando sono razzisti e guerrafondai. |
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