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Manifesto politico del movimento.

Iscritos de IRS / Lìberu 1:

Pro s' Indipendèntzia e sa Repùbrica de Sardigna.

 

La costruzione del sentire collettivo.

Il sentimento è qualcosa di “artificiale” (costruito, determinato da oggetti) che solo a volte è anche “artificioso” (e peraltro l’artificioso può convincere e diventare un vero sentimento per chi ci vuol credere). La frase con cui abbiamo concluso in precedenza ovviamente per noi è non solo “artificiosa” ma assolutamente falsa: eppure, sebbene con toni diversi, tutto l’autonomismo ha costruito e fatto passare un determinato sentimento di identità e fedeltà alla “patria italiana”. L’ha “inventato”. Il discorso di Lussu su Sardegna-Irlanda, da tale punto di vista non è diverso. Ma ancor di più, sulla scorta del sardismo delle origini ha fatto il discorso storico che, non pago di asservirsi al potere dominante ha deciso di inventare una tradizione di “italianità” alla Sardegna facendola addirittura diventare la culla d’Italia. Questa rilettura del passato che deve necessariamente eliminare ogni traccia di diversità e di spirito di libertà dal passato della Sardegna non può far altro che far emergere e valorizzare i momenti di servilismo del popolo sardo e così facendo non può che aiutare ad istillare tale sentimento nei sardi e a rendere il mondo peggiore di quello che è. Il sapere che si è sviluppato a partire da affermazioni come quelle di Lussu e Bellieni con il loro continuo affermare la mancanza di storia e civiltà in Sardegna ma anche la contemporanea grandezza dei sardi in quanto italiani, in quanto capaci di sacrificarsi in ogni tempo per l’Italia, tale sapere, dicevamo, che oggi è patrimonio di gran parte della storiografia sarda (pensiamo ad es. alle strepitose teorie di F. C. Casula o all’impostazione, tracciata da L. Berlinguer e A. Mattone, nel volume Einaudi sulla Sardegna, all’interno della collana della “Storia d’Italia”) si fonda e contemporaneamente costruisce, riafferma, questo sentire distruttivo nei confronti di se stessi in quanto sardi.

Dobbiamo essere noi i primi a riconoscere tale carattere di artificialità nel sentire, sia per non cadere in fondamentalismi, sia per non rischiare di fallire nel nostro intento. E’ ovvio che per noi un sentimento di appartenenza alla Sardegna è qualcosa di molto più “naturale” (e più “giusto”) di qualsiasi altro creato o imposto in secoli di sudditanza, dominazioni, rimozione e cancellazione della nostra cultura: e tuttavia rimane qualcosa che va continuamente creato e ricreato. Così come bisogna “decidersi ad essere sardi” (non lo si nasce), così ci sono cose che ci rendono più facile sentirci sardi, perché creano un “sentimento comune”.

Si riprenda questo passaggio scritto da uno storico unionista sopra citato a proposito della storia giudicale:

«Se si analizzano con attenzione le fonti indigene [sarde, ndr] di quegli anni, come la famosa pace dell'88, ci si accorge che almeno dal 1364 facevano parte integrante del giudicato tutti quei territori e quei popolo liberati i quali, per loro volontà, con giuramento di "corona de curadorìa" formavano insieme all'Arborea la nuova «Nazione Sarda»; e precisamente: le curatorìe ultragiudicali di Nuràminis e Cixerri nel cagliaritano; di Montifèrru, Planàrgia, Màrghine, Dore-Orotèlli, Gocèano, Montacùto, (Bitti?), Nughèdu, Meilògu, Caputàbbas, Costavàlle, Anglòna, Romàngia e Figulìna, nel Logudoro.

Furono i Sardi di Oristano e di quelle contrade, avvicinati da Eleonora durante le visite locali di governo (nel medioevo le corti erano itineranti) o ricevuti nella curia della capitale, che indussero la giudichessa ad abbandonare eventuali interessi personali o velleità totalitarie (non assunse, come il fratello, attributi sospetti) e a proseguire nella guerra nazionalista che, si ricordi, doveva concludersi con la fine di una delle due entità politiche per giustificare la propria ragion d'essere.
Non si spiega altrimenti il fatto che malgrado Brancaleone si trovasse nelle mani di Pietro il Cerimonioso ed i Catalano-Aragonesi stessero da tempo quieti nelle loro estreme roccaforti sarde, la «Nazione» riprendesse la lotta ad oltranza per la redenzione dell'isola intera.

Evidentemente si era formata, o si stava formando, fra i più, una coscienza unitaria che impegnava fino al sacrificio supremo: gli avvenimenti fino al 1410/20 ed oltre, almeno fino al 1478, lo dimostrano […]».

E’ chiaro che se all’epoca si era pronti a combattere per la Sardegna fino al “sacrificio supremo” evidentemente non c’era solamente una coscienza unitaria ma anche un diverso sentire, di diversa qualità, rispetto a quello che i sardi provano oggi verso la loro terra.

Se il “sentire qualcosa” (o “rispetto a qualcosa”) non fosse costruito, ma avesse carattere innato, probabilmente oggi i sardi sarebbero tutti come i sardi giudicali: vale a dire già tutti impegnati a vivere (adattato ai tempi odierni) “un periodo di lotte indipendentiste, […] un'epoca di edificazione statuale e di ricupero d'identità nazionale” (riprendendo la descrizione che F.C. Casula dà del periodo giudicale).

Ma come dimostrano gli stessi fatti dell’epoca anche in quel caso l’acquisizione di “coscienza natzionale” (in senso pieno) fu un processo e non qualcosa di “naturale”.

Sta dunque a noi indipendentisti di Indipendèntzia – Repùbrica de Sardigna dibattere ed elaborare, in maniera tale da trovare i modi più efficaci e validi per rimettere in moto questo processo oggigiorno.

Il tutto ben sapendo, e lo diciamo chiaramente, che la possibilità che ci è stata negata e che rivogliamo prenderci non è quella di coltivare una identità sempre uguale a se stessa, ma quella che ci darà la possibilità di essere noi stessi cambiando: il che equivale a trasformarci confrontandoci continuamente con gli altri ma anche ad essere parte in causa, soggetto attivo, del nostro stesso cambiamento, del nostro divenire.

 

 

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