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Manifesto politico del movimento.

Iscritos de IRS / Lìberu 1:

Pro s' Indipendèntzia e sa Repùbrica de Sardigna.

 

Appendice documentaria

I falsi padri della Sardegna. (introduzione di iRS alla lettura dei testi)

«…se una verità fondamentale non trova oppositori è indispensabile inventarli…il soggetto deve conoscerli [questi oppositori] nella loro formulazione plausibile e persuasiva, e sentire l’intero peso della difficoltà che l’opinione vera deve affrontare e demolire; altrimenti non si impadronirà mai di quella parte della verità che viene incontro all’obiezione e la elimina…

La loro conclusione [la conclusione di chi professa un credo senza conoscere le posizioni dei propri oppositori] può essere vera, ma per quel che ne sanno potrebbe anche essere falsa: non si sono mai messi al posto di chi pensa diversamente da loro, considerandone le possibili argomentazioni; e di conseguenza non conoscono, in nessuna accezione corretta del termine, la dottrina che essi stessi professano»,

John Stuart Mill, Saggio sulla libertà, 1859.

 

Non è detto che queste parole di Mill siano del tutto vere, di certo nel nostro caso, come si potrà leggere, non c’è bisogno di inventare degli oppositori.

Sono gli stessi Lussu e Bellieni, oggigiorno considerati “padri” della Sardegna moderna, a dire “a chi” e “a che cosa” la loro idea di Sardegna si oppone: e da tale punto di vista non c’è dubbio che il miglior modo per capire se stessi e il proprio ideale indipendentista sia leggere gli attacchi che all’indipendenza, all’indipendentismo e agli indipendentisti vengono portati dagli scritti di questi due intellettuali e uomini politici.

Diciamo ciò non perché vi sia dietro tale volontà di mostrarli come oppositori un che di personale o un gioco e una necessità puramente politica, e neanche l’idea che il nostro indipendentismo si definisca semplicemente per opposizione a loro, ma proprio perché, viste le vicissitudini della Sardegna e della cultura sarda, è solo dallo scarto con ciò che nella sua ambiguità e confusione è apparso per lungo tempo vicino all’indipendentismo, o tendente ad esso, che si può cogliere la differenza che ci caratterizza, la differenza che deve risaltare e divenire il punto di partenza verso una coscienza diversa di noi stessi e della nostra Nazione.

E poi, va detto, c’è la necessità di dare la possibilità - a chi si voglia e si sappia mettere in questione e all’ascolto - di fare i conti con alcune delle idee maggiormente diffuse e maggiormente svianti che circolano nel discorso quotidiano odierno: vale a dire l’idea che Lussu e Bellieni rappresentino il massimo o l’optimum della così detta “sardità”, che di questa terra siano stati i massimi paladini e che ad essa, all’identificazione con essa e con il suo popolo, abbiamo votato tutta la loro vita e le loro energie. Posto che ognuno si può fare l’idea che vuole di cosa sia il “massimo della sardità” resta il fatto che l’unica cosa che traspare in questi scritti è la volontà di integrarsi e divenire italiani: forse per qualcuno leggere profusioni di affetto per la “patria italiana” e dichiarazioni di sentimento di “italianità” è il massimo di sardità, ovviamente per noi indipendentisti è l’esatto contrario, o perlomeno, è l’esatto contrario del sentire indipendentista.

Certo, qualcuno dirà che Bellieni con il tempo cambiò leggermente le sue posizioni e divenne più possibilista nei confronti dell’indipendentismo (cosa che invece, sicuramente, Lussu non fece), ma il punto è proprio qui, che questi testi li presentiamo non per rendere conto delle idee personali di due individui, ma come documenti rappresentativi di una impostazione politica e culturale (e forse anche psichica e psicanalitica) che ha caratterizzato e caratterizza da almeno una novantina di anni a questa parte l’immagine che i sardi hanno di sé, una impostazione che ha agito oltre le vicende personali e le prese di posizione successive di Lussu e Bellieni: insomma, questi sono veri e propri testi iniziatori di una tradizione “identitaria” che agisce, anche se in modo inconscio, tutt’oggi.

Basta leggere questi scritti per cogliervi molti delle stereotipi più in uso nei discorsi di tutti i giorni, quelli dei politici e quelli dei semplici cittadini che, in molti casi senza saperlo, non fanno altro che ripetere quanto Lussu e Bellieni hanno detto anni fa: ma non è solo questione di parole, si tratta anche di comportamenti, atteggiamenti, schemi di pensiero e di azione che, benché a volte leggermente aggiornati, sono rimasti praticamente identici. Basta pensare al rivendicazionismo economico, al separatismo usato come minaccia allo Stato “ingrato” ma sempre accompagnato dalle profusioni di italianità, o ancora, l’inutile orgoglio “regionale” unito all’aspirazione di accedere e integrasi al “livello nazionale”, il continuo richiamo al sangue versato in guerra, al presente immutabile, alla poca forza e unità dei sardi…tutto fin troppo sentito e vissuto. Certo tutto molto ambiguo, ma non inganniamoci, le posizioni dei nostri autori sono chiare: se la loro “grandezza” è stata quella di essere stati ascoltati e seguiti allora sono loro che, in questo gioco di costruzione dell’identità tramite i testi, hanno sulle spalle la grossa responsabilità di aver minato alla base, cioè nel sentire, la coscienza nazionale e indipendentista dei sardi.

Perché è ben evidente - “leggere per credere” - che per loro c’è un solo avversario e questo è il “separatismo”: è del proprio sentimento indipendentista, presente un po’ ovunque come ammette Bellieni e come lo stesso Lussu sa (è proprio da Lussu che i sardi aspettano l’Indipendenza al suo ritorno dalla guerra…), che bisogna vergognarsi (è per ciò che Lussu lo assocerà al fascismo proprio quando quel sentimento nasceva dal degrado e dall’umiliazione che il fascismo aveva inferto alla cultura sarda); è dei vigliacchi e inconcludenti indipendentisti (dunque di se stessi) che bisogna diffidare; è l’indipendentismo che va sacrificato per ottenere il benessere, per ottenere il federalismo, per ottenere l’autogoverno ma soprattutto per ottenere il riconoscimento di essere italiani come tutti gli altri.

Ecco allora che questi elementi entrano in un sistema, in una costellazione, in cui si reggono e si giustificano uno con l’altro, tanto che Bellieni ammetterà implicitamente, in uno scritto che qui non riportiamo, che per fare il federalismo bisognerà garantire sempre di più la fedeltà alla “Nazione” (l’Italia, ovviamente) e dunque sacrificare il proprio essere sardi (a quel punto si inventerà che essere più sardi voleva dire diventare più italiani…, in una specie di turbinio in cui il cappio dell’assimilazione si stringe sempre più forte al collo della diversità).

La Sardegna diventa così una “Regione”, forse e apparentemente amabile, sicuramente senza un futuro suo: diviene infatti una parte di qualcos’altro – qualcosa di più grande e più importante - un’accozzaglia di tradizioni, usi e costumi da conservare mentre si diviene prosperi e civili grazie a nuovi costumi e a miracolosi piani di rinascita e sviluppo monotematici e sradicanti. Unico risultato, come diceva Simon Mossa, snazionalizzazione, diaspora, rapina delle risorse.

Ma tutto ciò, pensavano questi falsi padri, andava fatto perché l’unica alternativa era il vergognoso separatismo, una “malattia”: ancora una volta, come già in passato per la Rivoluzione sarda di Angioy e dei martiri repubblicani del 1802, la possibilità dell’Indipendenza diventa il capro espiatorio che fonda la comunità autonoma e unionista di Sardegna. Per costruire la “Regione Sarda” bisogna sacrificare la Nazione sarda, la Repubblica di Sardegna: oggi lo sappiamo e a rileggere queste pagine ci viene al massimo da sorridere…

 

 

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