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Manifesto politico del movimento.
Pro s' Indipendèntzia e sa Repùbrica de Sardigna.
Appendice documentaria Autonomia non separatismo Di Emilio Lussu. Da "Il Solco", 20 maggio 1945 Poiché
esistono in Sardegna certe correnti separatistiche, è meglio parlarne
che fingere di ignorarle. In questo difficile periodo della ricostruzione del
nostro Paese [l’Italia, ndr], dopo vent'anni di antidemocrazia frenetica,
i dirigenti politici scendono a livello di cavadenti da fiera e si fanno
responsabili del disorientamento che è già grande, se non prendono
posizione: con assoluta lealtà, di fronte ai problemi politici che
siamo chiamati a risolvere. Conscio
di questo dovere, fin dal mio ritorno in Sardegna dopo tanti anni di
assenza, ho preso posizione contro il cosiddetto «separatismo». Questo
mio atteggiamento ha deluso ed inasprito più d'uno, e, per reazione,
ne è derivata tutta una campagna più o meno clandestina, diffamatoria
e demagogica. Debbo
dirlo con un certo senso di orgoglio: tutto questo mi onora, come mi
onora la avversione di cui mi ha voluto investire il fascismo, fin dal
suo sorgere. Io, infatti, considero il separatismo una forma di corruzione
e decadenza politica, alla stessa stregua del fascismo. Il separatismo
è una malattia politica, che si ha certamente il dovere di spiegare, ma
anche di combattere. Se è una malattia, bisogna pure guarirla. Il
separatismo non è mai esistito in Sardegna prima della presente
guerra. Il Partito Sardo d'Azione non è mai stato separatista e non ha
mai avuto nel suo seno nessuna corrente separatista. Noi tutti, i
fondatori del Partito, abbiamo considerato l'autonomia come una rivolta
verso la costituzione centralizzata dello Stato italiano.
Un'avversione al potere burocratico e incompetente e assolutistico di
Roma, un'avversione a una sistematica forma di sfruttamento
plutocratico, non un'avversione all'Italia. Il Partito Sardo d'Azione
è stato creato dai combattenti sardi dell'altra guerra. I combattenti
sardi non sono mai venuti meno alla solidarietà che li stringeva agli
altri combattenti d'Italia né alla causa della democrazia nazionale ed
europea per cui essi avevano combattuto. Per noi tutti autonomia
significava maggiore libertà e maggiore giustizia, trasformazione e
conquista dello Stato. Noi intendiamo essere partecipi e non vittima
della organizzazione dello Stato nazionale. Ognuno sa come la Sardegna
entrò a far parte del Regno d'Italia. Crollata la Spagna come grande
potenza, la Sardegna passò all'Austria, e, per un successivo baratto
diplomatico, alla Casa Savoia. In tutto questo affare, la Sardegna era
passata dalle mani di un re a quelle di un altro, così come, fra
mercanti si può far circolare una tonnellata di formaggio o di lana. La
volontà dei nostri
padri non vi aveva niente a che vedere: i Sardi erano stati venduti
ancora una volta. Il
nostro autonomismo, dopo la passata guerra, volle significare questo: i
Sardi, da vassalli intendono diventare cittadini; nello Stato italiano,
essi intendono diventare liberi soggetti di diritto e non rimanere sudditi
asserviti. E volle significare anche questo: per i suoi problemi, la
Sardegna aspira ad avere un autogoverno. Ma
noi, vecchi fondatori del partito, concepivamo la Sardegna come un
settore particolare del generale fronte italiano. I vecchi ricordano che
noi ci sforzammo di far sorgere nel resto d'Italia movimenti analoghi al
nostro. Si organizzò così il Partito Molisano d'Azione, il Partito
Romano d'Azione, il Partito Lucano d'Azione con i quali ci alleammo. E
stava per formarsi un Partito Siciliano d'Azione, un Partito Laziale
d'Azione, un Partito Romagnolo d'Azione, un Partito Veneto d'Azione,
un Partito Lombardo d'Azione. Se il fascismo non avesse conquistato il
potere e stroncato ogni tentativo di rinnovamento democratico nel paese, non v’è
ombra di
dubbio che si sarebbe arrivati a una Federazione Politica di questi
Partiti regionali, tutti a carattere autonomistico, e che, nella
massima organizzazione centrale e federale, si sarebbe assunta la
denominazione di « Partito Italiano d'Azione ». Ma
tutto fu sommerso in Italia. Io sono rimasto fedele a questi principi
originari del Partito Sardo d'Azione. Ma
ora v'è del separatismo: una specie di « venticello » come la
calunnia nel Barbiere di Siviglia... Ce
n'è un po’ dappertutto: nel Partito Sardo d'Azione, negli altri
Partiti e fuori dei Partiti. Ma io debbo dire che finora non ho
conosciuto un solo Sardo che abbia sostenuto con chiarezza questa sua
peregrina aspirazione: dopo una conversazione serrata, ciascuno
rinunzia al separatismo e lo riconosce un anacronismo o un paradosso.
Ripeto: non ho conosciuto finora un solo separatista convinto, neppure
il mio amico Bua di Sassari che si è conquistata la reputazione di
Leader dei separatisti. Questa
corrente separatista, battuta ufficialmente in tutti i dibattiti
politici, risorge e serpeggia, furtiva. Qualcosa come una tribù
armata, che eviti le battaglie campali e gli scontri in grande stile,
che scompaia appena vede il grosso del nemico, ma che poi riappaia
celere e sparpagliata per molestare i fianchi o le retrovie o i
carreggi. Questo separatismo fa anche pensare a una specie di serpente
marino la cui esistenza non è dimostrata dal controllo scientifico,
ma che ciononostante tutti i marinai hanno visto e continuano a vedere
affiorare in alto mare nelle navigazioni oceaniche. Tale
separatismo può avere più spiegazioni. A mio parere, sono queste. 1)
Durante la guerra fra il '42 ed il '43, quando la guerra appariva già
vinta dagli Alleati e si attendeva uno sbarco nelle isole da un momento
all'altro, parecchi sardi prevedevano un'occupazione a carattere
duramente punitivo e vendicativo di tutta l'Italia. Perché la Sardegna,
che nella sua maggioranza aveva odiato il fascismo ed avversato
la guerra avrebbe dovuto subire sanzioni punitive? Meglio far causa
comune cogli Alleati e separarsi dall'Italia. Questa forma di
separatismo aveva certamente un contenuto logico: si poteva non condividerlo,
ma era sostenibile. Gli avvenimenti successivi hanno chiarito le
intenzioni degli Alleati, e conseguentemente questa forma di
separatismo è scomparsa quasi interamente. Parecchi dei separatisti di
quel periodo hanno parlato a lungo con me: oggi, essi sono autonomisti
nell'ambito dello Stato Italiano. Credo che essi sono stati degli uomini
politici che hanno seguito la realtà della situazione politica. 2) Parecchi sono diventati separatisti per
impulso improvviso, passando da un estremo all'altro. Subito dopo la
liberazione, ho partecipato a Roma a una riunione intima di Sardi.
Eravamo in 20. La maggioranza era composta di separatisti convinti.
Ma, fino a poco prima, erano stati dei fascisti altrettanto convinti. A
me sembrò che quel passaggio fulmineo, dal fascismo al separatismo,
fosse una continuazione più o meno consapevole dello stesso fascismo.
Gli argomenti a sostegno del separatismo sardo erano della stessa natura
di quelli del fascismo italiano. La stessa avversione alla monarchia
mi sembrò di stile fascista. Essa appariva, infatti, determinata più
dalla complicità della dinastia al colpo di stato del 25 luglio contro
Mussolini, che dal suo sostegno dato a Mussolini fino a quel giorno.
Questi separatisti sono obbligati a fare un profondo esame di coscienza. 3)
In alcuni, specie fra ì giovani che sono stati fascisti fin
dall'infanzia, si è sostituito, in buona fede antifascista, al nazionalismo italiano un nazionalismo sardo: l'essenza dei due
nazionalismi è la stessa. A questi giovani io darei il consiglio
della moderazione nelle concezioni politiche. In qualunque partito essi
militino, si facciano guidare dai vecchi compagni antifascisti e non
pretendano fare i professori laddove non possono essere che allievi. 4)
Altri, ma sono pochi, pure essendo stati sempre antifascisti
irremovibili, sono diventati separatisti per una esasperazione contro
tutto quello che è venuto da Roma. Io concordo con loro nella
esasperazione. Ma i problemi politici non si risolvono con stati
d'animo. I due problemi politici esigono soluzioni politiche. 5)
Altri, e sono i più, dicono: «Sta bene: siamo autonomisti. Ma se non
riusciamo ad avere l'autonomia dichiariamo fin d'ora che diventeremo
separatisti». Neppure questo è un modo logico di porre un problema
politico. Io
ho già detto altre volte pubblicamente dove condurrebbe il
separatismo e dove andrebbe a finire la Sardegna in una soluzione
separatista, né starò qui a ripetermi. Autonomia per tutti noi è,
in prima e in ultima istanza, conquista di libertà in ogni campo. Il
popolo sardo non si vende sul mercato internazionale al miglior
offerente. Nell'ambito della unità italiana, la Sardegna aspira a
conquistarsi, sovranamente per i suoi problemi specifici l'autogoverno. Io
desidero richiamare l'attenzione di tutti sulle forze politiche che sono
necessarie per vincere una battaglia politica come la nostra. Per
conquistare l'autonomia sono necessari la solidarietà e il sostegno
di tutti i partiti della democrazia sarda. Nessuno ignora che il partito
liberale, il partito socialista, il partito comunista e il partito della
democrazia cristiana non sono in Sardegna partiti autonomi: la
direzione centrale di questi partiti non è in Sardegna, ma a Roma. Essi
sono partiti a organizzazione nazionale. Noi li possiamo avere tutti
concordi per l'autonomia; li avremo tutti ostili per il separatismo. La
più grande lezione viene dal Separatismo Siciliano. Il movimento
separatista siciliano ha contro di sé tutti gli altri partiti in
Sicilia. Contro il separatismo hanno preso decisa posizione in Sicilia
il Partito Socialista, il Partito Comunista, il Partito Liberale, la
Democrazia Cristiana del Lavoro e, in più, la Confederazione Generale
del Lavoro e tutto il movimento dei combattenti che ha organizzazione e forze notevoli. E contro,
si sono clamorosamente dichiarati tutti i Siciliani della Tunisia e
d'America. I separatisti Siciliani hanno perduto la loro strana
battaglia fin dall'inizio. E’ che l'Italia non è una figura
geografica come affermava Metternich un secolo fa, ma una realtà politica. Questa realtà politica
non la può barattare né infrangere più nessuno. L'Italia deve essere
trasformata, deve sopprimere il regime interno dello sfruttamento e
del privilegio, deve darsi una democrazia politica e sociale moderna,
deve far sorgere a nuova vita il mezzogiorno e le isole, deve
radicalmente ricostruire l'organizzazione del suo stato, ma non può più sparire
come unità nazionale. I
separatisti siciliani, in questi giorni, si sono rivolti ai Governi
Alleati per reclamare il loro intervento alla Conferenza di S.
Francisco. La risposta è nota. Il separatismo siciliano si è
infilato in un vicolo cieco e non ha via d'uscita. Io rivolgo queste mie considerazioni ai Sardi, in un momento storico della civiltà italiana ed europea, mentre i nostri eroici partigiani del Nord hanno battuto i fascisti e i tedeschi in una battaglia gloriosa che annunzia l'avvento di una nuova democrazia, e mentre i grandi eserciti alleati in ogni settore dell'immenso fronte, hanno afferrato alla gola i responsabili della guerra. E’ partecipando con gioia a questi straordinari avvenimenti che noi Sardi ci sentiamo italiani ed europei. |
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