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Manifesto politico del movimento.

Iscritos de IRS / Lìberu 1:

Pro s' Indipendèntzia e sa Repùbrica de Sardigna.

 

Appendice documentaria

Per sfatare un stupida leggenda. Noi e l'unità d'Italia

Di Camillo Bellieni. Da "Il Solco", 18 dicembre 1921

Le vestali che si sono assunte, di propria iniziativa, l'incarico di man­tenere vivo il fuoco sacro dell'unità d'Italia, passano manifestamente un quarto d'ora di incertezza e di indicibile turbamento.

Infatti tutti i più autorevoli organi della pubblica opinione sono per qualche giorno rimasti in forse tra il desiderio d'intonare salmi di giubi­lo per le dichiarazioni d'Italianità fatte dinnanzi al Parlamento dell'on. Lussu [1] o far prorompere il loro sdegno perché il nome di Sardegna è stato occasionalmente pronunciato alla Camera italiana insieme a quel­lo d'Irlanda.

E’ chiaro dunque che tutti gli scribi dell'unitarismo ad ogni costo non hanno ancora capito o mostrano di non aver capito nulla del nostro mo­vimento.

Per mettere definitivamente un termine alle loro sconsolate cerimo­nie, non è inopportuno quindi che precisiamo per la ennesima volta il nostro pensiero intorno a questo argomento.

Sì, o egregi signori, noi sardi siamo e ci sentiamo profondamente italiani.

Lo ha detto l'on. Lussu e noi abbiamo l'orgoglio di ripeterlo, orgo­glio sinceramente frammisto ad un certo rossore che ci sale alla faccia ogni volta che ci troviamo messi di fronte alla necessità di una simile di­chiarazione da certi messeri che in cuor loro sono certamente meno ita­liani di noi.

La nostra italianità nasce ‑ riportiamo ancora una volta la frase dell'on. Cao [recte: Lussu], tanto più volentieri in quanto riproduce in­teramente ed esattamente il nostro pensiero ‑ ancora più che dalla co­struzione naturale dei comuni natali, da un valore e da una coscienza storica consacrata da un lungo sanguinante sacrificio.

«Noi ci siamo serbati italiani anche quando fummo abbandonati a noi stessi - scrisse già il Tuveri nel suo Il governo e i comuni - anche quando il resto d'Italia serviva e non sempre malvolentieri, a Tedeschi, Francesi ed Inglesi e noi ci vogliamo serbare italiani»[2].

Siamo dunque italiani e professiamo il nostro amor di patria con schiettezza e profondità di sentimento. Ma, così come non sentiamo il patriottismo allo stesso modo in cui lo sentono, per esempio, i nazional-fascisti, così come ci fanno sorridere gli sdegni patriottici l'animo del­l'ex neutralista Giolitti e dei coccodrilli della siderurgia nazionale, così non siamo bigotti del dogma dell'unità della patria fino al punto di sacrifica­re la nostra concezione della libertà regionale.

Il concetto dell'unità nazionale per noi - piaccia questo o non piac­cia ai grandi organi che si danno l'aria di rappresentare la pubblica opi­nione - non può essere accompagnato da una severa ma equa valutazione dei particolari interessi, dei bisogni, delle tradizioni, dei costumi, delle condizioni, delle aspirazioni delle regioni che compongono la nazione.

Noi intendiamo, in sostanza, la nazione come un'associazione gran­diosa di libere volontà regionali che s'incontrino sul terreno di alti inte­ressi comuni e non già come asservimento e subiezione passiva dei destini delle singole regioni ad una idea, o per meglio dire, ad una formula cie­camente unificatrice.

Noi aspiriamo, vale a dire, ad una federazione libera di regioni in­sieme collegate da un alto spirito di solidarietà fraterna per produrre una tutela efficace dei comuni interessi e del comune patrimonio ideale: fa­miglia immensa di popoli nella quale la più perfetta armonia, l'accordo più durevole, sia garantito e cementato dal rispetto sincero del diritto dei singoli, da un'equa ripartizione degli oneri, dalla comprensione pronta ed affettuosa del bisogno dei suoi componenti che permetta di sopperir­vi, all'occorrenza, con ugual senso di giustizia. In questo modo e soltan­to in questo modo noi possiamo intendere ed intendiamo l'unità della patria.

Non come costruzione di collettività regionali al riconoscimento di sincere formazioni ideologiche mascheratrici di interessi illegittimi; non come asservimento delle energie e delle ricchezze della regione a profitto di oligarchie plutocratiche; non come formula espressiva di un predomi­nio brutale ed assurdo dei più forti sui più deboli, di classi più progredi­te su classi misere ed incolte, della città sulla campagna, del centro sulla periferia.

Tanto meno siamo disposti, pur liberi come siamo da ogni pregiu­diziale, ad accettare una sua concezione dell'unità italiana che identifi­chi la nazione con la monarchia o con tutto quel complesso di istituzioni che caratterizzano l'attuale regime accentratore.

Se coloro i quali ci accusano di velleità separatiste pensano che noi, per allontanare il nostro movimento una simile traccia, dobbiamo pro­sternarci all'istituto monarchico, dobbiamo incatenarci per sempre al car­ro delle istituzioni attuali, lasciare immutato quel regime d'accentramento che inceppa la esplicazione delle produttive attività, lo sviluppo delle mi­gliori energie del paese sottoponendole ai vincoli dei pesi ingiusti e di for­malismi ingombranti, oh, allora amiamo si continui a chiamarci separatisti.

Ma, in questo caso, si decidano quei signori a dare finalmente un frego alla storia della nazione e a cancellare dal novero degli italiani tutti coloro che l'hanno pensata come noi e che diedero alla causa del risorgi­mento d'Italia qualche cosa di più che non la vuota fraseologia del gior­nalismo attuale, a cominciare da Mazzini che apertamente dichiarava di non potere con tranquillità di coscienza giurare fedeltà alla monarchia ritenendola incapace di fondare l'unità morale dell'Italia.

C'è poi qualcuno, Il Giornale d'Italia, ad esempio, il quale cerca di ridurre la questione sarda e la portata del nostro movimento ad una sem­plice questione di riforma di organismi burocratici e di più largo inter­vento governativo nelle opere pubbliche necessarie nell'Isola.

La questione è ben più vasta e di maggiore portata. Noi sardi, e spe­cialmente noi del Partito Sardo d'Azione non venderemo, come Esaù, la nostra primogenitura per un piatto di lenticchie, così come vorrebbe Il Giornale d'Italia.

Di fronte al problema sardo, quale noi lo prospettiamo nel nostro programma e nella nostra propaganda quotidiana, le riforme e le conce­zioni governative, sono nient'altro che pannicelli caldi sopra un mem­bro in cancrena.

Noi vogliamo rompere una volta per sempre e decisamente il cer­chio di ferro dell'attuale ordinamento politico che ha messo l'Isola da troppo lungo tempo e mantiene in condizioni di assoluta inferiorità ri­spetto a tutte le altre regioni d'Italia.

C'è ancora chi ci vuol tenere in considerazione di pupilli abbisogno­si di tutela. Noi non lo crediamo ed è su questa convinzione che fondia­mo il nostro desiderio e le nostre aspirazioni ad una larga autonomia amministrativa.

Lasciata a sé stessa, la Sardegna sarà capace non solo di governarsi e di crearsi ordinamenti più consoni alle proprie condizioni e alle pro­prie necessità più che oggi non accada, ma anche dì crearsi quella pro­sperità economica che ora le manca ed è ostacolata in tutti i modi ed alla quale le sue risorse naturali e l'energia dei suoi figli le danno diritto di aspirare.

La esiguità dei tributi, la scarsità della produzione attuale non sono elementi tali che possano dare soverchie preoccupazioni per l'avvenire di una regione come la nostra, che non ha ancora avuto la possibilità di sviluppare tutto il suo rendimento economico.

Lo sfruttamento razionale delle ricchezze isolane, agevolato da op­portuni provvedimenti legislativi adatti all'ambiente, la liberazione dai vincoli di un esoso protezionismo doganale, e dall'asservimento delle in­dustrie e dei commerci locali al commercio ed all'industria di regioni più favorite, consentiranno senza alcun dubbio all'Isola di collocarsi rapidamente in uno dei primi posti dell'assestamento economico delle regio­ni italiane. Questo gioverà senza alcun dubbio a noi sardi; e gioverà immensamente anche al resto d'Italia, che non sarà costretta a considerare l'Isola - come spesso la considera oggi - come una palla di piombo che ritardi il suo rapido procedere verso migliori destini.

Noi siamo dunque autonomisti: autonomisti nella concezione di una unità italiana ragionevolmente intesa. Non separatisti.

Tra l'Irlanda e la Sardegna passa certamente un divario - possiamo consentirlo agli scrittori dell'Unione [Sarda] che analizzano così accuratamente il nostro movimento - che l'accoppiamento occasionale dei due nomi non può sopprimere. Ma non si illude nessuno quando si cerca di nascondere che il prolungamento di una situazione intollerabile po­trebbe suscitare sentimenti che ancora non esistono.

Perché si dice forse una verità, quando si sostiene che l'Italia ha trat­tato meglio la Sardegna di quanto l'Inghilterra non abbia trattato l'Irlanda.

Ma i vincoli che uniscono l'Irlanda all'Inghilterra non sono gli stes­si e non possono essere valutati alla stessa stregua di quelli che legano l'Italia alla Sardegna. Si dimentica facilmente che è stata la Sardegna che ha promosso e che ha largamente contributo a sollevare l'Italia a dignità di nazione.

In queste condizioni, esaminando quello che l'Italia ha fatto finora verso la Sardegna, togliendole, assai più spesso, di quanto non le abbia dato qualche Gladstone italiano, avrebbe forse ragione di sentirsi umi­liato pensando che la Sardegna - per colpa soprattutto dei governi che si sono succeduti - è ancora citata all'estero a dimostrazione della mi­seria, dell'analfabetismo e dello stato di regresso in cui l'Italia si trova.

Tuttavia torniamo ad affermare ancora una volta la nostra italianità, consacrata anche di recente dal sangue che innumerevoli sardi hanno sparso gloriosamente sui campi di battaglia.

Ma non è questa una ragione perché si continui a protrarre la no­stra condizione d'inferiorità di fronte alle regioni sorelle, non è una ra­gione perché si pretenda da noi la subiezione ad un regime di accentra­mento governato da organismi parassitari, l'asservimento ad istituzioni non sentite che paralizzano le nostre energie e soffocano il nostro svilup­po economico.

Non vogliamo che la nostra italianità sia di pretesto per negarci più oltre quello che è un nostro sacrosanto diritto: quello di regolare diretta­mente da noi stessi, per mezzo di un governo e di un'organizzazione am­ministrativa scelta da noi, tutti i nostri interessi, di provvedere con leggi nostre, rispettose dei nostri costumi e delle nostre tradizioni e con organi esecutivi nostri particolari bisogni, nell'interesse particolare della Sardegna e nell'interesse generale della nazione. Questo è il nostro pensiero.

 

[1] Seduta dell’8 dicembre 1921.

[2] G.B. Tuveri, Il governo e i comuni, Cagliari 1860, pp.48.

 

 

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