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Manifesto politico del movimento.
Pro s' Indipendèntzia e sa Repùbrica de Sardigna.
Capitolo III L’abbiamo
verificato in passato che l’azione di un singolo indipendentista
all’interno di un movimento autonomista è pressoché inutile, al pari
dell’azione dell’indipendentista rassegnato che preferisce rimanere
a casa e coltivare l’orto e quasi quanto l’azione
dell’indipendentista che non avendo un movimento alle spalle si dedica
alla “pura cultura” o al “puro sociale”, rifiutando di immergere
le mani nella “sporca” politica, come se egli stesso non sapesse che
tutte si tengono insieme. Ma
in passato abbiamo potuto verificare anche di più e di peggio: abbiamo
persino assistito alla riduzione all’inutilità di una spinta popolare
tendenzialmente indipendentista nel momento in cui, mentre pareva
destinata a successi sempre più clamorosi e decisivi, veniva guidata da
dirigenze autonomiste nuovamente su lidi unionisti. Un approdo e un
percorso, quello di queste classi dirigenti sardiste, che mentre si
nutriva del sentire popolare indipendentista lo marchiava con il segno
dell’inutilità: la speranza di liberazione dei sardi diveniva
umiliazione del fallimento. Questa
dinamica, quella che vede delle classi dirigenti che si proclamano
indipendentiste senza esserlo e che finiscono così per spaventarsi
dell’indipendentismo dei loro militanti fino al punto di barattarlo,
tradirlo, mortificarlo, l’abbiamo già vista ripetersi anche fuori dal
sardismo istituzionale ed è destinata a ripetersi ulteriormente se noi
non ne prendiamo coscienza e iniziamo a cambiare il modo di pensare e
fare l’indipendentismo, se noi non ci decidiamo a creare una classe
dirigente indipendentista che agisca secondo una nuova prassi, adeguata
al nostro obbiettivo e ai tempi odierni. Ciò che ci serve all’inizio
del nostro cammino è una “minoranza attiva”, fatta di persone
“vivaci, colte, intelligenti, decise, coraggiose” che, per
continuare con le parole di Simon Mossa, riescano “a poco a poco a
creare una opinione pubblica favorevole”: ma oltre a queste persone,
ricordava il teorico dell’indipendentismo, c’è bisogno di uscire
dalle “posizioni sentimentalistiche e dal «rivendicazionismo parziale»”,
bisogna uscire dalle secche dei compromessi, bisogna impadronirsi dei
nuovi mezzi e dei linguaggi del nostro tempo e contemporaneamente
bisogna ricominciare a parlare nuovamente con i sardi, ad uno ad uno, cara
a cara quando è possibile, per risvegliarne la speranza e lo
spirito di libertà. È
tempo dunque di creare il proprio discorso. Non si può pensare e
sperare che a rappresentare l’indipendentismo ci pensino degli
unionisti, né ci si può ancora illudere che la via da percorrere
riposi in qualche cambiamento interno, sotterraneo, “politicante”,
di organizzazioni e strutture che, non credendo all’Indipendenza della
Sardegna, alla sua fattibilità e/o alla sua giustezza, non solo non
sono mai riusciti né mai riusciranno a produrla ma l’hanno, più o
meno volutamente, continuamente ostacolata, inibendo sia l’agire degli
indipendentisti sia la formazione di un reale indipendentismo e di un
pensiero ad esso conforme. Serve
un indipendentismo che sia tale: non un indipendentismo come
declinazione accessoria di qualcos’altro, tipo il “sardismo
indipendentista”, il “nazionalismo indipendentista”, il
“comunismo indipendentista” e chi più ne ha più ne metta, di cui
si legge in documenti ufficiali, comunicati stampa, forum su internet o
di cui si sente parlare nei discorsi “nazionalitari”. Serve
un Soggetto, collettivo ma fatto di individualità, che sia
riconoscibile chiaramente e pubblicamente in quanto
indipendentista; che faccia sentire questa voce, che propaghi queste
parole, che susciti questa immaginazione: Repubblica di Sardegna. |
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