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Manifesto politico del movimento.
Pro s' Indipendèntzia e sa Repùbrica de Sardigna.
Capitolo IV Molti
diranno che esprimere le cose “così chiaramente” sia un danno per
l’indipendentismo stesso, perché in fondo “la gente non è
pronta”, “si spaventa”. Ma
possiamo forse aspettare che tutto un popolo divenga “pronto”
all’Indipendenza senza che nessuno ne favorisca la presa di coscienza?
È realistico porre la questione in tali termini? E poi, come sapere
quando questo popolo è pronto se non verificandolo attraverso la sua
risposta ad una proposta indipendentista? E se anche questa proposta
ricevesse una risposta negativa dovremmo forse spaventarci di iniziare
inascoltati? Non
è perverso il ragionamento per cui si può dire e fare solo ciò che
c’è già? Eppure il mondo cambia. Ma
soprattutto, come sarebbe finita (e come potranno finire in futuro
laddove ci sono ancora) l’apartheid, la schiavitù, il razzismo, il
dominio di tanti popoli se qualcuno non avesse iniziato a parlarne
quando quelle stesse questioni non si ponevano e non si potevano
porre? Ci
faremo allora prendere da questa logica per cui non inizieremo mai a
dire ciò che veramente vogliamo, aspettando che l’indipendenza cresca
sugli alberi o sottoterra? E se anche ci convincessimo che un qualche
indipendentismo possa crescere e arrivare al successo in modo
sotterraneo, senza mai parlare direttamente e pubblicamente ai sardi di
ciò che si propone, dunque senza mai prendersi la responsabilità
del suo dire e del suo fare; se anche pensassimo che è solo nella
tattica dissimulatoria della “Politica di Palazzo” che sta una
possibilità indipendentista, non dovremmo comunque constatare che
questo modo di costruire l’indipendenza non potrebbe far altro che
maturare su manovre politiche di sottobanco che poco o nulla avrebbero a
che fare con la costruzione e l’elaborazione di una coscienza
nazionale umanamente seria, e più in generale, con un aumento di
democraticità in tutta la società sarda? C’è,
nell’idea che l’indipendentismo non vada esposto (quando ciò non
sia dettato dalla pura paura di affermare una idea diversa da quelle
sancite come valide) o una sfiducia nel proprio ideale, e nei mezzi per
conseguirlo, o una sopravvalutazione dello stesso, vale a dire, un
eccesso di attesa nei suoi confronti, nei confronti del futuro, senza
una adeguata controparte nella qualità e nella quantità del proprio
agire in direzione di quel futuro. Una spasmodica richiesta del
“nuovo” che non tiene conto della realtà, forse proprio perché da
questa realtà si sente schiacciata. E così fugge da essa, dalla
quotidianità del vivere, rifugiandosi in attese tanto grandi quanto umorali,
contemporaneamente (e disastrosamente) convinte che si dia la possibilità
di qualcosa di totalmente nuovo (compresa l’idea di ritornare ad un
qualche “passato perfetto”) così come (disastrosamente) soggette a
scoramenti e abbandoni indicibili. Un’aspettativa
illusoria di un cambiamento tanto radicale quanto casuale, che finisce
per trasformare l’attesa in disperazione e non fa cogliere nella realtà
i punti in cui l’indipendentismo già cresce e matura, in cui la realtà
già cambia, o quelli in cui una parola o una azione indipendentista non
solo sarebbe necessaria ma addirittura ben accetta, se non richiesta;
un’aspettativa, insomma, che non vede i tratti della realtà già
disposti alla trasformazione. Un
atteggiamento, quello di cui si parlava sopra, che in definitiva
vorrebbe evitare la fatica di fare ciò che si deve fare, atteggiamento
di chi non vuole mettersi alla prova e mettere alla prova i sardi, non
vuole rischiare, forse perché è soddisfatto di come stanno le cose, o
addirittura partecipa pienamente al modo in cui il potere attuale le
struttura. O forse, ritornando ai “pigri” dell’indipendentismo, si
dovrebbe pensare che essi non vogliono esporsi ed esporre
l’indipendentismo proprio perché ciò significherebbe dover produrre
un pensiero e un agire indipendentista tali che questa parola guadagni
un senso: che siano la sua prova ed il suo esempio reale davanti agli
altri, per gli altri, per coloro che non sanno e forse neanche
credono che l’indipendentismo esista: ma soprattutto per coloro che
fino ad ora hanno potuto credere, perché in fondo gli si è concesso di
farlo, che l’indipendentismo fosse ciò che è stato, quasi sempre,
fino ad oggi. Qualcosa di ambiguo, poco convinto di sé e della sua
causa e, in fondo, neanche molto “serio”. Certo
è che se noi non iniziamo, se noi non ci decidiamo a dar vita
all’indipendentismo e alla coscienza indipendentista dei sardi, non
potremo poi lamentarci se le cose continueranno a stare come stanno o a
cambiare in una direzione e in un modo diverso da quello che noi
vorremmo. Del
resto, se non saremo noi a prenderci cura di questa terra chi altro
speriamo che lo faccia? |
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