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Manifesto politico del movimento.
Pro s' Indipendèntzia e sa Repùbrica de Sardigna.
Capitolo V
Cosa
vuol dire allora essere indipendentista? Vuol
dire lottare e credere nella Repubblica di Sardegna, nella possibilità
di costruire la nostra repubblica indipendente. Dunque
lo scopo principale del nostro movimento e di chi vi partecipa è
portare la Nazione Sarda ed il suo Popolo alla conquista
dell’Indipendenza Nazionale e conseguentemente alla sua costituzione
in Repubblica indipendente nel più ampio consesso dei popoli che
compongono l’umanità. In
tal senso la lotta indipendentista punta ad utilizzare il mezzo dell’autoproclamazione
nazionale del popolo sardo, da ottenere tramite la mobilitazione e la
partecipazione collettiva, in vista del vero e proprio referendum
istituzionale per l’autodeterminazione nazionale. Inutile
far finta di non aver capito: l’autodeterminazione nazionale e
l’indipendenza non sono per noi termini paravento che nascondono il
progetto di ricontrattare il rapporto “Stato-Regione”, né il
viatico a una qualche federazione Sardegna-Italia su nuove basi come è
stato fatto credere per anni dal sardismo. Per
molti versi, se non fossimo convinti e non sentissimo che il termine giusto
per noi, quello con cui vogliamo chiamarci e farci chiamare, sia
“indipendentisti”, potremmo tranquillamente definirci
“separatisti”. Sappiamo bene infatti che per chi non condivide
l’idea che la Sardegna sia una nazione a sé stante con il suo diritto
all’indipendenza questo è il termine che appare più appropriato. Già
nel 1967 Antoni Simon Mossa, padre della Nazione e
dell’indipendentismo radicale e libertario, diceva con decisione: «Ci
chiamano separatisti. Con disprezzo e malcelata ironia. Ebbene, se
separatisti ci chiamano, noi possiamo fare di questo termine una
bandiera, e non soltanto uno spaventa-passeri per i nostri avversari
politici». Dunque:
sì, noi indipendentisti di Indipendèntzia - Repùbrica de Sardigna siamo
quelli che loro (voi che non credete nella nostra causa) chiamano “i
separatisti”. Ad
ogni modo noi ci chiamiamo indipendentisti sia perché non
riteniamo di separarci da alcunché (noi semplicemente “ci
liberiamo”), sia perché non usiamo l’idea di indipendenza in modo
finto, per spaventare lo Stato o chi altro (noi all’indipendenza ci
crediamo e ci vogliamo arrivare davvero) sia, infine, perché non
vogliamo distruggere altre nazioni o smantellare altri Stati,
men che meno quello che ci tiene oppressi: l’Italia per noi può
tranquillamente continuare ad esistere e sarà un buon Stato vicino con
cui vivere e rapportarci in pace ed amicizia così come l’Italia vive
oggi con la Francia, la Germania e così via. Chi ha spirito
vendicativo, chi crede che l’indipendentismo sia una vendetta o un
farsi rendere il maltolto economico, è ben lontano dall’avere una
coscienza indipendentista. Forse,
si dirà, questo atteggiamento lo si può comprendere: chi si sente
oppresso, dice lo stereotipo, reagisce così. Ma la verità è che oggi
questo modo di fare è semplicemente dannoso, e sotto la superficie
apparentemente agitata e ribellistica, nasconde un atteggiamento
difensivo e senza prospettiva. È un atteggiamento che distrugge senza
creare. Se ci serve una ribellione dei corpi e delle coscienze è perché
vogliamo produrre qualcosa. È come se sentissimo una musica e volessimo
metterci a ballare: il punto non è fare del male a chi ci tiene
immobilizzati (a rischio di rimanere per sempre avvinghiati con lui in
una lotta improduttiva) ma sfuggirgli così sapientemente da lasciarlo
di stucco davanti a noi che diamo vita al nostro ballo. Le
nostre azioni, anche quando, per vincoli che le situazioni impongono,
dovessero sembrare “contro” qualcosa saranno invece sempre “per”
qualcosa. Vale a dire: noi non abbiamo alcuna intenzione di agire per
danneggiare qualcun altro, noi vogliamo agire per la nostra libertà. Questa
scelta, difficile e contro corrente in una terra come la Sardegna in cui
ci si è sempre compiaciuti di alzati i toni, a parole e a volte nei
fatti, per spaventare lo Stato (ma senza volere cambiare veramente le
cose in senso indipendentista), non implica però nessun quietismo,
nessuna forma di passività, nessuna arrendevolezza, nessuna intenzione
di “porgere la guancia”, né allo Stato italiano, né ai sardi che
governano in suo nome o a quelli che ci dicono che “non è più
ora”, né a chiunque altro. Anzi, forti della nostra scelta
non-violenta, consci di questo coraggio, la nostra lotta si fa ancora più
tesa, decisa e, se volete, “dura”. La nostra deve essere una lotta
intelligente, “astuta”: l’unica davvero vincente. |
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